Una mosca si posa sul mio primo vaso realizzato al corso di ceramica, posto su una mensola tra gli altri. È lì tranquilla, ferma e ci resterà per parecchi minuti, prendo il telefono e le scatto qualche foto. La mente mi riporta alla Mosca di Dreyer nella sua “Giovanna D’Arco”. Lì appare in due scene importanti come a volerle sottolineare. Spiegava il mio prof. di estetica all’accademia che le due scene, grazie a questo accidente, diventano emblema di tutta l’arte contemporanea. La vita vera entra a far parte del mondo dell’arte e lì ci resterà per un secolo intero. Forse, “grazie”, o per colpa dell’IA, questa conquista del pensiero verrà cancellata, spazzata via. Già agli esordi della nuova supertecnologia non è più possibile capire che cosa sia finzione e cosa realtà. Una mia compagna di corso si avvicina a me e dice: “hai visto la mosca sul tuo vaso? È lì, stranamente immobile, perché non le scatti una foto?” Io le rispondo che l’ho già fatto, una cosa così non me la sarei persa, poi le chiedo se la sua attenzione per la mosca, come è capitato a me, derivi dal fatto di aver studiato e frequentato lo stesso corso all’accademia, mi dice di no, il riferimento che il volatile le aveva suscitato era legato alle mosche dipinte nei quadri rinascimentali e fiamminghi. Lì per lì mi coglie un attimo impreparato, credo di non avere mai approfondito quel tipo di storia legata all’insetto, o forse semplicemente non ricordo di averlo fatto. A casa, qualche giorno dopo, cerco notizie su internet e scopro, come era possibile immaginare, che nel quattrocento la mosca era simbolo di morte e di brutti presagi, un memento mori alla stregua dei teschi umani, della frutta marcia e del formaggio ammuffito. La Mosca, vita e morte allo stesso tempo per noi uomini mediamente colti (io per nulla, in realtà), se ne frega di noi e dei significati che le attribuiamo. Vi dico com’è andata: non sono stato io perché in arte ho sempre le mani pulite a livello maniacale, ma qualcuno, dopo aver mangiato una merendina e con le mani sporche di zucchero o cioccolata, ha preso il mio oggetto e lo ha spostato da una mensola all’altra. La mosca, che non riflette per dietrologie, ma si muove per istinto ed è tutta azione, captato il meraviglioso nettare, vi si è posata per farsi uno spuntino. Macché vita e morte, ma quale Eros e Thanatos, la vita va avanti anche senza di noi. Il mondo di noi se ne frega.

Uno nasce, china su carta, 20X30cm.

Si propaga a partire da un centro, o alla centralità dell’origine sembra tornare. Fori, buchi, brecce che sono ponti dialoganti verso la psiche. Segni che si infittiscono e si diradano, si allungano e si accorciano, prolificano come larve, tagliano come lame, creano recinti spinati, si organizzano in strade percorribili. La forma non appartiene del tutto alla luce, né all’oscurità, dissimula la prima e si emancipa dalla seconda. Il bianco accecante del paradiso la soffocherebbe, il nero della notte più buia la ucciderebbe. Lei arriva, si presenta alla mia mano prima che alla mente, io, generoso, contribuisco a farla venire al mondo.

Immagini mancanti di qualcosa

Oscillazione, china su carta.

Da sempre le mie immagini sono mancanti di qualcosa. Presentano spazi contaminati da brecce, fessure, buchi. Lavoro sui vuoti. All’inizio ero ossessionato dallo squarcio per vedere oltre il muro, per sperare in un mondo altro. Con il passare degli anni non sono mai riuscito ad andare oltre la superficie del foglio. Forse, deluso per il viaggio mancato, per la spiritualità non raggiunta, ho iniziato a guardare intorno al buco, ho iniziato a “giocare” in superficie, e ho scoperto un mondo nel tentativo di raggiungere un mondo.

In fondo, la luce

Si arriva a un punto che per la testa girano delle immagini, alcune più chiare e altre meno. L’urgenza espressiva diventa così forte che si è pronti nel mettere mano al mezzo tecnico più idoneo per dare corpo a tali visioni. Non è mia intenzione spiegare il senso del video, ammesso che ce ne sia uno solo. Quello che voglio chiarire è il grande lavoro senza finalità che mi ha portato a tale realizzazione. Non è il primo prodotto audiovisivo che faccio anche se al momento è l’ultimo, e tale resterà per un po’, credo. Quindi, iniziate le riprese e il montaggio, mi trovo a circa venti ore di lavoro, capisco di essere appena all’inizio. Cosa che non ho mai fatto prima, mi metto a contare le ore su un foglio. Ebbene, a prodotto finito, mi ritrovo con circa centodieci ore di produzione, sicuro di averne tralasciata qualcuna. Video che nasce, come detto, da un’urgenza: nessuno mi ha commissionato niente, non c’era l’obiettivo di una partecipazione a una esposizione, non lavoro mai per questo, in verità. Se non è amore per l’arte, allora è pazzia.